lunedì 6 aprile 2026

Pasquetta all’Annunziata: memoria di un giorno di festa

Nel ricordo di molti abitanti di Lizzano vive ancora una tradizione semplice, ma profondamente significativa, che per molti anni ha accompagnato il giorno di Pasquetta. Il suo scenario era la campagna silenziosa e luminosa che circonda la Chiesa e Cripta della SS. Annunziata.
Un tempo, quando il ritmo della vita era scandito dalle stagioni e dalle feste religiose più che dagli impegni frenetici della modernità, il Lunedì dell’Angelo rappresentava per le famiglie lizzanesi un momento atteso.

Era quasi il naturale prolungamento della gioia della Pasqua. La meta preferita per trascorrere quella giornata era proprio la piccola chiesa rurale dell’Annunziata, immersa tra ulivi secolari e campi che in primavera tornavano a riempirsi di luce e di colori.

Fin dalle prime ore del mattino, quando il sole primaverile iniziava a scaldare l’aria ancora fresca di aprile e le rondini disegnavano cerchi nel cielo limpido, gruppi di famiglie lasciavano lentamente il paese per dirigersi verso la chiesa. Molti percorrevano a piedi le strade di campagna, altri utilizzavano carretti trainati da cavalli o da asini. Con sé portavano ceste colme di cibo preparato con cura il giorno precedente: tovaglie, bottiglie di vino e tutto ciò che poteva rendere quella giornata semplice e serena.

Il viaggio stesso faceva parte della festa. Lungo il cammino si incontravano amici, parenti e vicini di casa, che si salutavano con allegria scambiandosi auguri pasquali e parole leggere. I bambini correvano tra i sentieri polverosi, mentre gli adulti si godevano quella breve fuga dalla quotidianità, immersi nel profumo della terra e nel verde tenero della primavera appena sbocciata.

Giunti nei pressi della chiesa, molti sentivano il bisogno di fermarsi per qualche momento di raccoglimento. Entravano nella piccola cappella oppure scendevano nella cripta antica, scavata nella roccia, dove la luce filtrava con delicatezza e dove, da secoli, i fedeli avevano pregato davanti alle immagini sacre. Qui accendevano una candela e affidavano alla Madonna dell’Annunziata le speranze, le fatiche e le preoccupazioni della vita quotidiana.

Quella breve visita non era soltanto un gesto rituale. Era anche una forma spontanea di gratitudine per la Pasqua appena celebrata e per la primavera che tornava a ridare vita ai campi. Molti contadini pregavano affinché la stagione agricola fosse generosa, portando piogge sufficienti e raccolti abbondanti.

Dopo il momento di preghiera iniziava la parte più gioiosa della giornata. Le famiglie sceglievano un punto all’ombra degli ulivi o lungo i muretti a secco, stendevano le tovaglie sull’erba e trasformavano la campagna in una grande tavola condivisa. In quel contesto semplice il cibo diventava occasione di incontro e di festa.

Dalle ceste uscivano pane casereccio dal profumo intenso, formaggi locali, salumi, uova sode — simbolo della Pasqua — focacce preparate in casa e bottiglie di vino rosso che passavano di mano in mano. Le conversazioni si intrecciavano tra ricordi, risate e racconti della vita quotidiana, mentre i bambini giocavano tra gli alberi o correvano lungo i sentieri.

Non si trattava di una festa organizzata o di un evento ufficiale. Era piuttosto una tradizione spontanea, nata dal desiderio di stare insieme e di condividere un momento di serenità in un luogo che per i lizzanesi aveva un significato speciale. La chiesa dell’Annunziata non era soltanto un edificio religioso, ma un vero punto di riferimento spirituale e affettivo per l’intera comunità.

Con il passare delle ore la campagna si riempiva di voci, di risate e di profumi di cibo. Per un giorno intero quel luogo antico diventava quasi un piccolo villaggio all’aperto, dove diverse generazioni si incontravano e si riconoscevano parte della stessa storia.

Molti anziani ricordano ancora oggi quelle Pasquette trascorse all’Annunziata come giornate luminose e serene, in cui il tempo sembrava scorrere più lentamente. La semplicità della vita di campagna si univa alla profondità della tradizione religiosa, creando un equilibrio naturale tra fede, natura e convivialità. Con il passare degli anni e con i cambiamenti della vita moderna, questa abitudine si è progressivamente trasformata. Le automobili hanno reso possibili gite più lontane e le abitudini sociali sono cambiate, ma oggi il ritorno a questa tradizione non è più possibile: la Chiesa e l’area circostante non sono più agibili, e quei sentieri un tempo pieni di voci, risate e profumi di cibo restano ora silenziosi.

Ricordare questa tradizione significa riscoprire un modo di vivere le feste più autentico e profondamente umano, in cui un piccolo santuario di campagna diventava il cuore pulsante della comunità e il simbolo di una Pasquetta vissuta non soltanto come gita fuori porta, ma come incontro tra spiritualità, memoria e vita quotidiana.

Riporto qui la bella testimonianza di Antonio Morelli in un post su Facebook sulla pagina Lizzano Foto Ricordo "Come Eravamo"

"CARASUNIEDDU"

Oggi, per la maggiore, ci si mette in macchina e con teglie e bevande al seguito si raggiungono mete di mare o noti paesi turistici. Ieri invece, parlo del passato, finito di mangiare ci si avviava a piedi o in bicicletta alla chiesetta dell'Annunziata. Ricordo benissimo i tovaglioli annodati con all'interno taralli scatati, puddichi, scarceddi cu ll'ovi e pasti di mennula... Come ricordo "lu peti ti lu gicanti" alle spalle della chiesetta o la grotta "cu lli menni ti la Matonna". Oppure le ossa degli avi sparsi sotto la chiesa o come quella volta che vedemmo uscire un teschio giocando a pallone. Eravamo in tanti, grandi e piccoli, tra cui anche "lu francaviddesi cu lli nuceddi", "Diegu cu lli gilati", "Ciccillu ti cappacioli o pittini e pittinessi cu lli palluni".Tuttinsieme fino all'imbrunire, dove si ritornava a casa stanchi ma felici, magari solo per aver conosciuto una ragazza.

 

Le foto ritraggono papà Salvatore e mamma Maria da giovani il giorno di Pasquetta presso la chiesetta dell’Annunziata.

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