Il viaggio stesso faceva parte della festa. Lungo il
cammino si incontravano amici, parenti e vicini di casa, che si salutavano con
allegria scambiandosi auguri pasquali e parole leggere. I bambini correvano tra
i sentieri polverosi, mentre gli adulti si godevano quella breve fuga dalla
quotidianità, immersi nel profumo della terra e nel verde tenero della
primavera appena sbocciata.
Quella breve visita non era soltanto un gesto rituale.
Era anche una forma spontanea di gratitudine per la Pasqua appena celebrata e
per la primavera che tornava a ridare vita ai campi. Molti contadini pregavano
affinché la stagione agricola fosse generosa, portando piogge sufficienti e
raccolti abbondanti.
Dalle ceste uscivano pane casereccio dal profumo
intenso, formaggi locali, salumi, uova sode — simbolo della Pasqua — focacce
preparate in casa e bottiglie di vino rosso che passavano di mano in mano. Le
conversazioni si intrecciavano tra ricordi, risate e racconti della vita
quotidiana, mentre i bambini giocavano tra gli alberi o correvano lungo i
sentieri.
Con il passare delle ore la campagna si riempiva di
voci, di risate e di profumi di cibo. Per un giorno intero quel luogo antico
diventava quasi un piccolo villaggio all’aperto, dove diverse generazioni si
incontravano e si riconoscevano parte della stessa storia.
Molti anziani ricordano ancora oggi quelle Pasquette trascorse all’Annunziata come giornate luminose e serene, in cui il tempo sembrava scorrere più lentamente. La semplicità della vita di campagna si univa alla profondità della tradizione religiosa, creando un equilibrio naturale tra fede, natura e convivialità. Con il passare degli anni e con i cambiamenti della vita moderna, questa abitudine si è progressivamente trasformata. Le automobili hanno reso possibili gite più lontane e le abitudini sociali sono cambiate, ma oggi il ritorno a questa tradizione non è più possibile: la Chiesa e l’area circostante non sono più agibili, e quei sentieri un tempo pieni di voci, risate e profumi di cibo restano ora silenziosi.
Ricordare questa tradizione significa riscoprire un modo di vivere le feste più autentico e profondamente umano, in cui un piccolo santuario di campagna diventava il cuore pulsante della comunità e il simbolo di una Pasquetta vissuta non soltanto come gita fuori porta, ma come incontro tra spiritualità, memoria e vita quotidiana.
Riporto qui la bella testimonianza di Antonio Morelli in un post su Facebook sulla pagina Lizzano Foto Ricordo "Come Eravamo"
"CARASUNIEDDU"
Oggi, per la maggiore, ci si mette in macchina e con teglie e bevande al seguito si raggiungono mete di mare o noti paesi turistici. Ieri invece, parlo del passato, finito di mangiare ci si avviava a piedi o in bicicletta alla chiesetta dell'Annunziata. Ricordo benissimo i tovaglioli annodati con all'interno taralli scatati, puddichi, scarceddi cu ll'ovi e pasti di mennula... Come ricordo "lu peti ti lu gicanti" alle spalle della chiesetta o la grotta "cu lli menni ti la Matonna". Oppure le ossa degli avi sparsi sotto la chiesa o come quella volta che vedemmo uscire un teschio giocando a pallone. Eravamo in tanti, grandi e piccoli, tra cui anche "lu francaviddesi cu lli nuceddi", "Diegu cu lli gilati", "Ciccillu ti cappacioli o pittini e pittinessi cu lli palluni".Tuttinsieme fino all'imbrunire, dove si ritornava a casa stanchi ma felici, magari solo per aver conosciuto una ragazza.
Le foto ritraggono papà Salvatore
e mamma Maria da giovani il giorno di Pasquetta presso la chiesetta dell’Annunziata.







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